Dura da circa un mese il rimpallo che mi costringe tra il Cup del Mater Olbia e il nostro medico di medicina generale, in estenuanti trattative sulla compilazione di un’impegnativa per esofagogastroduodenoscopia con biopsia che è stata richiesta dal medico specialista gastroenterologo per mia madre, insieme a quella per ileocolonscopia con biopsia per un sospetto tumore all’apparato digerente.
Il problema si verifica per la prima impegnativa. Il Cup del Mater Olbia non possiede la medesima nomenclatura del gestionale regionale, contenente anche i rispettivi codici che contraddistinguono ogni specifico esame e che, invece, hanno a sistema i medici di base. Oltretutto, tale nomenclatura è cambiata da gennaio 2025, pertanto le impegnative fatte dai medici di base, per intenderci quelle bianche, contengono codici numerici e diciture (in base ai quali richiedere il rimborso monetario alla Regione Sardegna) che per il Mater non vanno bene, e quindi niente prenotazione.
Al Cup regionale, ormai da mesi, le famigerate agende sono chiuse, e manco a parlarne di appuntamenti per questi specifici esami. Si preferisce tenerle chiuse per evitare l’indecenza degli annosi periodi di attesa, come se questa fosse l’unica soluzione all’inefficienza di un sistema sanitario la cui unica preoccupazione pare sia quella di contribuire a contenere la spesa pubblica.
Il Mater Olbia, anch’esso dotato di agende, comunque rimane l’unica struttura sanitaria, seppure convenzionata, nel vasto territorio della Gallura e oltre, a praticare questi esami e non solo, in tempi più accettabili. Ciò a dire che per la maggior parte dei casi si è costretti a rivolgersi alla struttura privata.
Ora, sia il Cup del Mater Olbia che anche quello regionale mi dicono che si potrebbe ovviare al problema presentando la richiesta scritta a mano, specificando soltanto il nome dell’esame, esofagogastroduodenoscopia con biopsia, omettendo codici e nomenclatura sulla semplice ricetta rossa, che ancora viene utilizzata per prescrizioni speciali e quindi ancora in circolazione, benché il ricettario rosso, si dice, sia destinato a scomparire. Mi sono documentata e so che non vi sarebbe alcuna irregolarità nel fare quello che chiede il Mater. Ci sono alcuni medici di base, da me contattati, che mi hanno confermato di utilizzare ancora il ricettario rosso e non si rifiutano di compilare impegnative “a mano libera”.
D’altra parte, invece, il nostro medico di base, la nostra dottoressa, sostiene di non poterlo fare e di non potersi prendere la responsabilità di compilare e firmare la ricetta rossa e che, se avesse potuto, anche lei si sarebbe risparmiata tanto affanno. Piuttosto, insiste nel dire che è il Cup del Mater a dover fornire i codici e le diciture che per loro vanno bene. Ha effettuato numerosi tentativi, emettendo alcune impegnative bianche con diverse descrizioni che, volta per volta, ogni differente operatrice mi suggeriva di fare modificare. Ogni volta, però, che richiamo il Cup, con la nuova impegnativa, l’operatrice di turno me la rigetta per il motivo già detto.
Io voglio ben credere alla buona fede del mio medico, ma il paziente, mia madre, come già detto, deve fare questi due esami per sospetto tumore al colon. Si tratta di esami essenziali e importantissimi ai fini di una diagnosi precoce e per la tanto decantata prevenzione alla quale si dedicano, per fortuna, giornate intere di screening gratuiti e si pubblicizza e si incoraggia incessantemente con ogni mezzo.
Insomma, fatto sta che in un mese di trattative il Mater ha chiuso le agende e se, all’inizio di questa odissea, c’era qualche possibilità di fare questi esami, perché ai primi di ottobre mi avevano detto che c’erano ancora un paio di date disponibili, adesso non si sa quando queste riapriranno e quanto ci toccherà aspettare.
Io mi definisco una caregiver familiare e ormai da anni, da sola, con molta fatica e sacrifici, cerco di conciliare lavoro e impegni di assistenza familiare. Mi occupo di due genitori anziani, ormai non più autonomi, e di una sorella con disabilità dall’infanzia, e in questa situazione mi sento così stanca, frustrata e avvilita. Io stessa mi trovo in una condizione di fragilità, con un’invalidità riconosciuta e costretta a fare terapie piuttosto pesanti per condurre un’esistenza di dignitosa autonomia. Come tanti altri nella mia condizione, non mi posso concedere il lusso di una crisi di burnout paralizzante o di esaurimento totale, perché è questo a cui si va incontro quando si viene ostacolati in questo modo.
Il ruolo di caregiver familiare è ormai istituzionalizzato e considerato di estrema utilità a livello sociale, al quale vengono riconosciuti diritti assistenziali precisi, eppure lo si ostacola per inutili e assurdi problemi organizzativi derivanti da un’errata o ambigua comunicazione dai piani alti a quelli direttamente operativi.
Possiamo, dunque, noi malati e in condizione di bisogno, stare in mezzo a tali diatribe e anomalie di sistema, perdendo salute e tempo indispensabile a diagnosticare una malattia che potrebbe rivelarsi fatale? A chi spetta dirimere tale controversia in maniera chiara e conclusiva, senza costringere il malato a sbattersi per vedersi riconosciuto il diritto alla cura? C’è qualcuno autorevole che se ne possa occupare?
E perché, per i medici di medicina generale, non vi è una circolare chiara e non ambigua che dica chiaramente che queste benedette ricette rosse possono ancora essere utilizzate, senza paure e ansie che ricadano sui pazienti?
In tutto ciò, così come in altri tristi casi, mi chiedo se non si stia perdendo di vista il vero scopo e non si stia, così, davvero, violando il diritto alla cura e alla salute che l’articolo 32 della nostra Costituzione sancisce affermando che “la salute è un fondamentale diritto dell’individuo e un interesse della collettività, garantendo cure gratuite agli indigenti e il rispetto della persona umana”.
Una cosa è certa: tra chi dice di poterla fare solo bianca e chi la chiede rossa, tra codici e descrizioni ambigue ed errate, il malato resta secco.
































