Olbia 21 gennaio 2025 – Il Tribunale ordinario di Tempio Pausania, settore civile, ha condannato GEDI Gruppo Editoriale S.p.A., Marco Damilano e Maria Elena Vincenzi per diffamazione a mezzo stampa in relazione a un articolo pubblicato sul settimanale L’Espresso l’8 aprile 2018. Al centro della decisione, firmata dal giudice Claudio Cozzella, vi è l’analisi puntuale dei contenuti dell’articolo e delle modalità con cui sono stati presentati al pubblico.
Nel ricostruire i fatti, la sentenza richiama per sommi capi il testo pubblicato, nel quale Francesco Mazzaroppi, ex presidente del Tribunale di Tempio, veniva citato in relazione a una vicenda giudiziaria oggetto di indagine da parte della Procura della Repubblica. Secondo il Tribunale, l’articolo non si limitava a riportare l’esistenza di atti investigativi, ma utilizzava espressioni e collegamenti tali da attribuire all’interessato un ruolo connotato in senso fortemente negativo, accostandolo a pratiche e contesti di dubbia liceità.
Il giudice rileva come il pezzo giornalistico facesse riferimento a presunti intrecci e rapporti, evocando un quadro accusatorio costruito anche attraverso suggestioni e valutazioni che non trovavano un riscontro diretto in provvedimenti giudiziari definitivi. In particolare, viene evidenziato come l’articolo abbia affiancato il nome di Francesco Mazzaroppi a espressioni e definizioni che, secondo il Tribunale, travalicavano il diritto di cronaca, incidendo sulla percezione pubblica della sua figura professionale e personale.
La sentenza sottolinea inoltre che i documenti giudiziari richiamati nell’articolo si limitavano a provvedimenti preliminari e a ipotesi investigative, mentre la narrazione proposta dal settimanale avrebbe dato al lettore l’impressione di fatti già accertati. Questo approccio, secondo il giudice, ha determinato una rappresentazione non equilibrata e non proporzionata, capace di generare un giudizio negativo anticipato.
Nella valutazione complessiva, il Tribunale afferma che l’elaborazione giornalistica non si è attenuta ai criteri di continenza e pertinenza, utilizzando un linguaggio e una costruzione narrativa che hanno superato i limiti della corretta informazione. Da qui il riconoscimento della natura diffamatoria dell’articolo e della responsabilità civile in capo all’autrice, al direttore responsabile e all’editore.
































