I segugi della pelota – una razza che non rischia l’estinzione – si sono sguinzagliati da giorni. Da quando, cioè, si è avuta la certezza che la Torres è stata ripescata in C, tra i professionisti. Da quel preciso istante, il profumo del derby prossimo venturo ha cominciato a inondare le narici non solo di chi ha vissuto in prima persona – da calciatore, da tifoso, da dirigente o da giornalista – le sfide tra Olbia e Torres, ma anche di chi ne ha solo sentito parlare come di “partite speciali”, diverse da tutte le altre.
Eh sì, perché il confronti tra le due maggiori città del nord Sardegna è stato sempre avvolto da un’enorme dose di rivalità, che qualche volta è degenerata in episodi che hanno sconfinato nella cronaca nera piuttosto che restare nell’alveo naturale di quella sportiva.
Nessuno può negare che un’Olbia-Torres scateni una particolare voglia di sfottò e della voglia matta di prevalere, e trasformi anche il più pacato dei supporter in un tifoso sfegatato.
Sassari è il capoluogo di provincia, ha più residenti, ha dato i natali due Presidenti della Repubblica (Segni e Cossiga), e anche per questo si è un po’ sentita superiore a Olbia, prima che questa città fosse investita da una crescita tumultuosa sotto diversi aspetti. Oggi il gap del numero dei residenti continua a essere a favore di Sassari, ma altri primati, il capoluogo turritano non ne può più vantare.
Logico dunque che la festa del ripescaggio sia diventata una festa di popolo, con il “Vanni Sanna” gremito, e un entusiasmo paragonato a una vittoria della Champions League.
Otto anni di assenza dalla terza serie non sono pochi, e il rientro nel calcio che conta vale la pena di essere vissuto con la partecipazione e la gioia che i tifosi sassaresi stanno esprimendo in questi giorni, grazie anche a un assetto societario solido e capace.
Lo stesso presidente Stefano Udassi (già bomber della Torres, ma anche dell’Olbia per un paio di stagioni) regala nelle sue pacate esternazioni un’immagine di rinnovamento, dopo anni di tornei tribolati del club.
Logico dunque che esista una sana voglia di rivincita, alimentata dalla rivendicazione di una superiorità che deve allargarsi anche al campo sportivo.
Olbia e gli olbiesi appaiono più tronfi e spavaldi, com’è un po’ la loro natura. Questo è il settimo anno di serie C per il club guidato da Alessandro Marino e la squadra, con Massimiliano Canzi in panca, è reduce da un piazzamento prestigioso (i play off), che rimane l’obiettivo del torneo 2022-23, che partirà a fine agosto.
L’album dei ricordi è particolarmente affollato. C’è chi ha rispolverato gli ultimi derby tra i professionisti della stagione 2007-2008, finiti entrambi con il punteggio di 2-0 a favore dei rispettivi padroni di casa. Oppure l’1-0 (gol di Mastinu) dell’Olbia al “Vanni Sanna”, in occasione della finale di playoff di serie D del 29 maggio 2016.
I meno giovani, invece, sanno poco o nulla della storica rete realizzata al “Nespoli” da Sebastian Pitta, o quella di Checco Comiti a Sassari, o quell’altra di Frattin, in C2, con Franco Colomba in panchina, che centrò cinque vittorie nelle prime cinque partite del torneo.
Ovvio che, da parte sassarese, sempre i meno giovani ricordano bene le sfide gloriose contro l’Olbia di una Torres che vantava la presenza di giocatori del calibro di Morosi (rivale ma amico di Bruno Selleri), Zola, Tamponi (gallurese di Calangianus, ma fortemente legato alla Torres), Palmisano (noto Einstein), Trudu (il “Keegan del Sarcidano” come lo definiva nelle sue cronache il compianto giornalista sassarese Fiorentino Pironti), Sergio Pinna (che ha difeso anche la porta dell’Olbia), Gelli, lo stesso Alessandro Frau (attuale vice allenatore della squadra sassarese).
Si potrebbe continuare all’infinito, con gli amarcord, a dimostrazione del fatto che gli anni non cancellano quelle emozioni che fanno del calcio lo sport più bello del mondo. La rivalità e lo spirito di competizione rappresentano il sale del football. È giusto che Olbia e Torres continuino a sostenere con forza chi indossa le maglie bianca e rossoblù. Senza mai arrivare alla violenza, però.
































