In merito alla vicenda riportata negli articoli in fondo alla pagina, interviene l‘avvocatessa Cristina Cherchi che è stata incaricata dalla sua assistita proprio nella giornata odierna al fine di essere meglio tutelata per liberarsi “da una doppia spirale di violenza che sembra non avere fine”.
“Non ci sto al fatto che la mia assistita sia vittima due volte – sostiene l’avvocatessa ordinanza alla mano -. Il Giudice ha messo nero su bianco che la vittima è la mia assistita ed il carnefice è l’ex convivente more uxorio. Più correttamente, in termini giuridici: la mia assistita è la persona offesa e l’ex convivente more uxorio è l’imputato.
E aggiunge: “Certamente, non c’è ancora una sentenza e dovrà svolgersi un giusto processo in un’aula di Tribunale ma è innegabile che per il momento queste sono le risultanze processuali e quindi questi sono i fatti. Non ci sto al fatto che altre donne vittime di violenze perpetrate da certi uomini violenti, possano sentirsi abbandonate, impotenti, non credute e arrivare a convincersi che anche se tali uomini denunciano e vengono arrestati poi, alla fine, vengono subito scarcerati. Infatti, nel caso in questione, l’imputato è stato si scarcerato ma il giudice, dott.ssa Tesi, disattendendo le richieste della difesa dell’imputato, ne ha convalidato l’arresto e in accoglimento alla richiesta del P.M., ha disposto la misura del divieto di avvicinamento alla mia assistita, all’abitazione, al luogo di lavoro e a tutti i posti abitualmente frequentati dalla mia assistita. E non solo.
Sempre in relazione all’ordinanza emessa dalla sezione penale del Tribunale di Tempio Pausania, l’avvocatessa sostiene che “Il Giudice ha minuziosamente elencato locali pubblici, esercizi commerciali abitualmente frequentati dalla mia assistita, nonché ha imposto all’imputato il divieto assoluto di comunicare con qualsiasi mezzo con la mia assistita.
Infine, il Giudice ha stabilito la facoltà, in capo alla mia assistita, di chiedere un ordine di protezione europeo e ha ordinato la notifica dell’ordinanza ai Servizi Sociali territorialmente competenti.
Il Giudice – spiega Cristina Cherchi – ha disposto l’applicazione di tale misura in virtù dei gravi indizi di colpevolezza a carico dell’imputato; delle dichiarazioni rese dalla persona offesa e si precisa – tali dichiarazioni ritenute dal Giudice intrinsecamente credibili -; della relazione di Servizio della Polizia presso il commissariato di Olbia.
E sempre il Giudice ha valutato di applicare tale misura, così come scritto nell’ordinanza, non perché avrebbe capito tale situazione conflittuale della coppia ma perché la misura della custodia cautelare del carcere deve essere l’estrema ratio e quindi, come stabilito dalla Legge, deve essere applicata solo ed esclusivamente nell’eventualità che una misura meno gravosa del carcere non possa salvaguardare le esigenze cautelari di cui all’art 274 cpp.
Sostanzialmente, il Giudice nel caso di specie ha ritenuto che la misura cautelare di cui all’art 274 lett. C) cpp, ossia il pericolo attuale e concreto che il carnefice reitera condotte analoghe a quelle per le quali è stato arrestato, può essere salvaguardata con la misura disposta ed attualmente vigente“.
In conclusione l’avvocatessa Cristina Cherchi aggiunge: “Seppur è mia abitudine affrontare la difesa nelle sedi opportune, quali le aule di Giustizia, mi è sembrato doveroso questa volta intervenire stante la richiesta di aiuto espressamente avanzata da questa donna che da oggi assisto e rappresento. E questo mio intervento vuole essere una difesa ed un messaggio per tutte quelle donne senza voce e, per questo, incatenate. Infatti, non si può parlare di rapporto conflittuale per cercare di sminuire la gravità della violenza perpetrata. Il linguaggio utilizzato è importante: si deve sempre dire no alla violenza perpetrata nei confronti di chicchessia e soprattutto a danno delle persone più indifese che sono le donne ed i bambini”.
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