Tutto ciò che appartiene alla storia mi interessa e mi appassiona. Da quella dei grandi personaggi, che, nel bene e nel male, hanno lasciato un segno indelebile nel percorso dell’umanità, a quella più ristretta, locale, direi quasi intima, ma non per questo meno istruttiva e coinvolgente.
Con piacevole sorpresa ho visto a Olbia la trasposizione cinematografica di Il Muto di Gallura, film intenso e affascinante sotto molteplici aspetti: da quello che mi è sembrato il protagonista assoluto, il mirabile paesaggio dell’Alta Gallura arricchito da una superba fotografia, alla forza espressiva ed interpretativa di tutti gli attori; dalla trascinante colonna sonora al montaggio e all’incalzare degli eventi, che non consentono neppure un attimo di tregua e di deconcentrazione.
Ma l’emozione più forte, per me gallurese di San Pantaleo (la cui orografia mi ha sempre fatto sentire una sorta di gemellaggio e di stretta parentela con Aggius), è derivata dal farmi cullare dalla sonorità e dalla bellezza dei dialoghi, rigorosamente proposti, per la prima volta nella storia del grande cinema, nella nostra lingua materna: il gallurese, seppur nella leggera variante aggese (non per nulla nel finale appare una veloce immagine della Corsica).
Sarebbe stato bello porgere complimenti non di circostanza e un sincero grazie al regista Matteo Fresi, originario di Luogosanto, presente in sala con alcuni attori, per la straordinaria capacità di fondere le tante sensibilità dei diversi artisti che hanno contribuito alla realizzazione del film. Sono convinto che abbia gradito il caloroso, convinto, unanime applauso del numeroso pubblico presente.
Tonino Nieddu
San Pantaleo.
































