L’estate del 1979 è stata per la Gallura una stagione calda, sotto tutti gli aspetti. Oltre alla normale calura estiva, dal 7 luglio al 27 agosto ci furono ben cinque sequestri di persona, nell’ordine; Luisa e Cristina Cinque, i coniugi Pancirolli/Fontana, Silvio Olivetti, Daphne e Annabel Shild, per chiudere poi con il botto del rapimento di Fabrizio De André e Dori Ghezzi. È la stagione dei sequestri ma non solo.
Mentre tutte le attenzioni delle forze dell’ordine e della stampa sono rivolte verso le persone in mano ai sequestratori, in Gallura si vive in maniera contraddittoria tra la paura e l’euforia che la stagione estiva continua a generare. Così nessuno pone l’accento su quanto accade nelle acque prospicienti la costa.
Infatti, durante la calda estate e precisamente il 14 luglio, tra l’isola di Tavolara e Molara, dopo alcuni giorni di agonia tra le fiamme, si inabissa il cargo greco Klearcos. Un naufragio alquanto misterioso per le vicende giudiziarie legate alla poca chiarezza offerta dal comandante sulla tipologia del carico trasportato e, soprattutto, perché non si capisce cosa ci facesse la nave tra le due isole che in alta stagione diventano meta dei diportisti, concentrati a godere delle trasparenze di un mare puro e cristallino baciato dal sole della Sardegna.
La nave greca faceva rotta da Marsiglia verso un’ignota destinazione africana e appare alquanto strano che al momento dell’incendio si trovasse fuori rotta, tra le due isole. Normalmente i mercantili navigano a diverse miglia dalla punta estrema di Molarotto, l’altro isolotto ad oriente di sua maestà Tavolara. Come mai la Klearcos decide di spirare l’ultimo respiro proprio in quello specchio d’acqua? Ma la cosa più preoccupante è stato il silenzio sul suo carico.
Le vicende dei sequestri distolgono l’attenzione dei media dall’enigmatico naufragio, lasciando un alone di mistero e di curiosità intorno alla vicenda del cargo Klearcos. In un’estate dominata dagli eventi drammatici la Gallura vive momenti intensi e indimenticabili che hanno lasciato segni profondi nella memoria collettiva.
I commenti raccolti a suo tempo e, soprattutto, le dichiarazioni rilasciate da personaggi che vivevano a stretto contatto con la vicenda, raccontano che la Klearcos trasportava verso l’Africa un carico di veleni di dimensioni non eccessive ma di assoluta pericolosità. Nella stiva e sopra coperta pare ci fossero sacchi e fusti di anidride arseniosa o triossido di arsenico, piombo tetraetile e altre sostanze velenose come la soda e il cloro. Così, dopo alcuni giorni di agonia, la Klearcos si inabissò con il suo carico tra le acque paradisiache di Tavolara e Molara.
Attualmente il cargo giace a circa ottanta metri di profondità e, dopo il recupero di tutte le sostanze tossiche, carburante compreso, è parte integrante del parco marino di Tavolara, offrendo rifugio alla fauna marina e un ambiente ideale per lo sviluppo delle gorgonie. Ma quanta paura in quegli anni, e quante storie e leggende sono nate attorno a quell’affondamento.
Alcuni operatori coinvolti nelle operazione di recupero raccontano che i veleni trasportati dalla Klearcos erano destinati alle coste settentrionali dell’Africa, dove, in cambio di armamenti, i guerriglieri si sarebbero occupati dello smaltimento. Tuttavia, sul contenuto bellico del mercantile, nessuno ha mai saputo se, oltre ai fusti di sostanze chimiche, vi fossero anche armi o materiali simili. Marinai veterani sostengono che le motovedette italiane aspettavano la nave greca a sud della Sardegna e, per evitare un grosso guaio diplomatico, si sia preferito lasciare affondare il vecchio cargo con tutto il suo carico. Ma ufficialmente, nessuno ha mai rivelato cosa trasportasse davvero la Klearcos.
Eppure, c’è un dettaglio che fino ad ora è rimasto nascosto, un segreto celato tra le pieghe del tempo. Durante il recupero delle sostanze tossiche dal relitto, i subacquei trovarono qualcos’altro, una scoperta che fu immediatamente classificata come segreto di stato. Il naufragio, dunque, non fu solo una questione di traffici illeciti di sostanze pericolose ma, forse, una mossa deliberata per coprire operazioni di intelligence ad altissimo rischio.
Possiamo rassicurare che, a distanza di 45 anni dal naufragio, lo specchio d’acqua dove riposa il relitto greco è stato risanato e non presenta più alcun pericolo. Tuttavia, il caso della Klearcos non fu l’unico a riempire le cronache galluresi, già in precedenza alcuni anni prima ci fu un naufragio altrettanto misterioso.
Durante la notte di Capodanno del 1974, la nave Chrisso si arenò sugli scogli di Punta La Greca, di fronte all’isola di Tavolara. Una tempesta di tramontana la disancorò e, nonostante l’equipaggio rimase incolume, il destino della nave fu segnato fin dal primo momento. Nella tradizione marittima, cambiare nome a una nave è considerato di cattivo auspicio e la Chrisso aveva subito diversi cambi di nome. Nei primi anni dopo l’incidente, un guardiano abitava a bordo poiché la compagnia proprietaria intendeva recuperarla ma dopo un incendio fu definitivamente abbandonata.
Fino a qualche anno fa la prua era ancora visibile ma le mareggiate hanno affondato l’ultimo pezzo rimasto in superficie. Il relitto, lungo oltre 100 metri, anche questo dentro i confini dell’Area marina protetta di Tavolara Coda Cavallo, continuerà a ospitare pesci e crostacei, completamente colonizzato da alghe e spugne: un’attrazione per gli appassionati di immersioni subacquee e fotografia naturalistica.
Ancora oggi, i due relitti della Klearcos (che in greco antica significa Autorità Gloriosa) e della nave cipriota Chrisso restano lì, testimoni silenziosi di un passato che cela segreti ben più profondi del mare che li ospita e di quanto le cronache dell’epoca abbiano mai raccontato.
































