Olbia 9 agosto 2025 – Restano numerosi i punti oscuri sulla morte di Giovanni Marchionni, 21 anni, napoletano, trovato senza vita all’interno di un motoscafo ormeggiato al molo 7 di Portisco. Mentre per lunedì sono attesi i risultati dell’autopsia, l’esame tossicologico richiederà tempi più lunghi, forse mesi, prima di stabilire se il decesso sia stato provocato da un avvelenamento dovuto alle esalazioni di idrogeno fuoriuscite dalle batterie del mini yacht.
Il cadavere del giovane è stato rinvenuto al mattino dalla famiglia proprietaria dell’imbarcazione, un Fiart open di 14 metri. Una circostanza che lascia perplessi gli investigatori. Se Marchionni fosse già morto quando padre, madre e figlio sono rientrati dalla cena a Cugnana, al ristorante di Massimo Degortes, perché non si sarebbero accorti dell’odore pungente dell’idrogeno? Possibile che anche loro abbiano rischiato di essere intossicati senza avvertire nulla?
L’ipotesi più immediata è che le loro cabine fossero a poppa, mentre il 21enne, che non aveva partecipato alla cena (perché non si sentiva bene?), alloggiava a prua. Ma anche questa spiegazione non convince: marinai esperti sostengono che le esalazioni delle batterie siano così intense da poter essere percepite persino dalla banchina.
Un altro nodo riguarda la dinamica della presunta fuga di gas tossico. Se davvero il giovane è morto per un avvelenamento da idrogeno, la cabina sarebbe dovuta essere chiusa ermeticamente. Con temperature notturne di 28 gradi, appare difficile pensare che Marchionni abbia dormito senza lasciare aperture.
Gli inquirenti vogliono inoltre chiarire il ruolo del ragazzo a bordo: era soltanto un amico del figlio della famiglia proprietaria, in vacanza, o anche un marinaio imbarcato per lavorare sull’unità? Una condizione non esclude l’altra, ma potrebbe essere utile per ricostruire il contesto.
Resta un interrogativo centrale: se la causa fosse davvero un avvelenamento da idrogeno, perché nessuno tra i dipendenti del porto o le persone in banchina ha notato odori insoliti nella notte? E se la morte fosse avvenuta per un’altra ragione? Le esalazioni potrebbero essere state solo un elemento secondario. Al momento, la sensazione è che nella ricostruzione manchi ancora un tassello decisivo.
A margine alcune considerazioni sulla pericolosità delle esalazioni di idrogeno (H₂) – gas incolore, molto leggero e altamente infiammabile, normalmente non tossico ma asfissiante in concentrazioni elevate e monossido di carbonio (CO) – gas tossico, incolore, inodore e insapore, prodotto dalla combustione incompleta.
L’idrogeno si sprigiona soprattutto durante la ricarica o il malfunzionamento di batterie al piombo o al litio, mentre il monossido di carbonio deriva dalla combustione incompleta di carburanti come benzina, gasolio, legna o gas. L’idrogeno è un gas incolore e inodore, ma se associato a vapori acidi provenienti dall’acido solforico delle batterie può avere un odore acre e pungente, percepibile anche a distanza.
Il monossido di carbonio è completamente inodore, incolore e insapore, quindi impossibile da individuare senza strumenti.
L’idrogeno, di per sé, non è tossico ma in ambienti chiusi può provocare asfissia sostituendo l’ossigeno. I vapori acidi possono irritare vie respiratorie, occhi e mucose, causando tosse, bruciore e difficoltà respiratorie, fino alla perdita di coscienza.
Il monossido di carbonio è invece altamente tossico: si lega all’emoglobina impedendo il trasporto di ossigeno nel sangue, e anche basse concentrazioni possono essere letali.
L’esposizione a concentrazioni elevate di idrogeno e vapori acidi in uno spazio ristretto può provocare la morte in tempi variabili, ma la mortalità stimata negli incidenti documentati è inferiore al 10% perché l’odore acre induce spesso a fuggire prima che la situazione diventi irreversibile.
Per il monossido di carbonio la mortalità può superare il 50% nei casi di esposizione non riconosciuta, proprio perché il gas non dà alcun segnale sensoriale e agisce in maniera silenziosa e rapida.

































