“Appare pienamente condivisibile, oltreché naturale, affermare che il totale rispetto dei diritti delle donne e dei bambini non possa e non debba mai essere messo in discussione e che rappresenti un caposaldo imprescindibile del nostro vivere civile; ma tale assoluto rispetto non deve far dimenticare quello, parimenti importante, dovuto a chi venga accusato di un fatto, soprattutto se grave, in assenza di una sentenza di condanna.”
È quanto dichiarano gli avvocati Michele Ponsano e Franco Fara in replica alle dichiarazioni della collega Cristina Cherchi (che riportiamo in fondo all’articolo) in merito alla vicenda di due ex conviventi di Olbia. In estrema sintesi la donna ha denunciato il suo ex di atti persecutori e l’uomo è stato arrestato. Il Giudice, con un’ordinanza di convalida, ha applicato, per l’imputato, la misura cautelare di divieto di avvicinamento a tutti i luoghi di frequentati dalla donna, disponendone l’immediata scarcerazione.
“In ordine alla misura cautelare adottata – sottolineano gli avvocati – si ricordi che è stata proprio la presunta persona offesa, con la prima esternazione pubblica, a lamentare l’inidoneità della misura applicata dal Giudice (divieto di avvicinamento), auspicandone una ben più grave (“carcerazione immediata”), che, stando all’articolo >, sarebbe stata, addirittura, richiesta dal pubblico ministero;
il contenuto di tali affermazioni costringeva l’imputato ad intervenire una prima volta > per porre in evidenza che, contrariamente a quanto riportato nel primo articolo, non era, ne è, stata emessa alcuna sentenza di condanna (la fase processuale destinata all’accertamento della verità dei fatti non è ancora iniziata) e che la pubblica accusa, in udienza, sempre contrariamente a quanto riferito nell’articolo stesso, aveva deciso di non avanzare alcuna richiesta di “carcerazione immediata” ma si era limitata alla richiesta di divieto di avvicinamento, motivando la propria decisione alla luce delle argomentazioni difensive emerse nella udienza stessa.
Pertanto, allo stato – concludono Ponsano e Fara – in assenza di una sentenza di condanna, sarebbe preferibile che il processo venisse celebrato nelle aule di giustizia a ciò destinate, sede ove è possibile far emergere circostanze ulteriori rispetto alle ricostruzioni dei fatti fornite dalla sola persona offesa. Nella speranza di non essere costretti ad reintervenire pubblicamente sulla vicenda per dover ribattere ad accuse gravi, anticipatorie di sentenze di condanna”.
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