Sono stati presentati, nella mattinata odierna, i risultati della campagna di scavo che ha coinvolto il complesso archeologico del Belveghile: intorno al nuraghe sono stati rinvenuti i resti di strutture architettoniche inedite, tra cui una capanna absidata di ben 17 metri oltre a centinaia di reperti.
Una storia tormentata quella del nuraghe Belveghile, passato alle cronache come il “nuraghe sotto il cavalcavia”, che ci riporta al 1987 quando non esisteva alcuna norma che imponesse agli enti promotori di opere pubbliche di sottoporre i progetti alle Soprintendenze Archeologiche, come invece avviene oggi. Il nuraghe era completamente interrato e fu scoperto solo quando i lavori andarono a lambire le strutture più esterne: a quel punto la Soprintendenza bloccò i lavori e di fatto salvò il nuraghe da distruzione certa.
La vicenda, che dimostra quanto a volte la realtà sia molto più complessa di come appare, è stata raccontata qualche mese fa, con dovizia di particolari e alla vigilia del nuovo scavo, da un testimone d’eccezione di quella vicenda: l’ex funzionario responsabile della Soprintendenza Archeologica Rubens D’Oriano (qui il racconto>).
La campagna di scavo, durata da maggio a ottobre e finanziata con 1 milione di euro, ha riguardato un’area di circa 1000 metri quadri e ha rivelato la presenza di 12 strutture, di forma sia circolare che rettangolare, che circondavano il nuraghe. Recuperati inoltre più di 100 strumenti in pietra e terracotta, tra cui mortai, pestelli, lisciatosi in ceramica e molteplici contenitori in ceramica come tegami, teglie e ciotole.
In particolare è stata sottoposta a scavo la capanna absidata adiacente al nuraghe, lunga ben 17 metri, utilizzata per attività prevalentemente artigianali: si tratta del primo ritrovamento di questo genere che avviene nel Nord Sardegna.

Gli esiti di questa prima fase di valorizzazione che ha riguardato lo scavo e il restauro del sito sono stati illustrati da Paola Mancini (archeologa libera professionista) e i funzionari del Ministero della cultura Francesco Carrera (archeologo), Massimo Casagrande (archeologo), Alessandra Carrieri (restauratrice e conservatrice) e Patrizia Luciana Tomassetti (architetto).
“Sono emerse delle strutture nuragiche bellissime – le parole di Patricia Olivo, segretariato regionale del Ministero della Cultura per la Sardegna – e vogliamo proseguire le ricerche e lo scavo. È sicuramente un sito con una storia recente molto difficile, ma proprio per questo meritava attenzioni significative”. “Alla fine degli anni ’80 si evitò la distruzione del nuraghe – ricorda Bruno Billeci, dirigente della Soprintendenza archeologica di Sassari e Nuoro – e ha assoluto necessità di essere conosciuto”.
“Quello di concedere quest’area per gli scavi fu uno dei primi atti che firmai da presidente. – le parole di Gianni Sarti, presidente del Consorzio industriale Cipnes – Questo è un bene di primaria importanza. Dobbiamo assolutamente investire nella cultura, fondamentale per la destagionalizzazione dei flussi turistici”.
Gli archeologi Francesco Carrera e Paola Mancini hanno ripercorso le fasi dello scavo e parlato delle prospettive future di valorizzazione e fruizione del sito archeologico: “Lo scavo del villaggio e il ripristino del nuraghe sono finalizzati a completare l’offerta del territorio. – ha sottolineato Carrera – In sinergia con il comune di Olbia e il Cipnes stiamo pensando di raccordare il Belveghile, attraverso una pista ciclabile, con i vicini monumenti di Sa Testa, Riu Mulinu e Sa Rughittula”.
“Da abitante di Olbia e da archeologa gallurese ho ben presenti le critiche nutrite di pregiudizi che da 30 anni avvolgono questo sito, a seguito della costruzione del viadotto che lo sovrasta. – le parole di Paola Mancini – Parlare del Belveghile è quasi un tabù ma ho pensato che fosse giunto il tempo di guardare avanti, ponendomi in assoluta continuità con il lavoro ineccepibile di Antonio Sanciu, funzionario archeologo che ha svolto lo scavo del 1987”.
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