Se n’è andato anche lui, Tony. E la sensazione è sempre la stessa: quando ci lascia un altro figlio di Olbia, la comunità si sente un po’ più povera. Sembra di vederlo – anzi, di sentirlo – lassù, mentre solleva e accarezza il suo sax per cominciare il suo pezzo forte: Malaika, un brano in lingua swahili, inciso per la prima volta nel 1959 a Nairobi (Kenya) da Fadhili William e dai suoi Jambo Boys, eppoi reso famoso da Miriam Makeba e persino da Harry Belafonte.
Ma chi sono questi mostri sacri, rispetto a Tonino Marino, interprete sublime di questo pezzo malinconico quanto intenso, eseguito milioni di volte, di fronte alle platee più disparate. Per chi non lo sapesse, Malaika significa “Angeli”, un segno del destino.
Tony ora è volato lontano da noi, ma allo stesso tempo è felice, abbozza un mezzo sorriso da regalare alla sua gente, alla sua Terranova Pausania. Un sorriso, “angelico” appunto, proprio perché è ispirato dalla sua canzone-simbolo, una sorta di colonna sonora della città, che lui cantava (pur non essendo un cantante) prima che la eseguisse un altro Tony, inteso come Derosas.
Fisico minuto, una statura non proprio da pivot, fumatore incallito, Tonino Marino è uno di quei prodotti locali che hanno lasciato il segno in un campo, come quello della musica, e dell’arte in generale, che ha il pregio di avvicinare la gente, di creare ponti, non dighe; di riconoscersi – attraverso il pentagramma – come amici, compagni, sodali. Non era un gran chiacchierone, Tony. Parlava con il suo sax, che suonava con passione non comune, fermo restando che il suo mostruoso talento rimarrà inavvicinabile.
Ha suonato dappertutto, Tony. Anche nelle navi da crociera. Ma il suo divertimento e la sua classe hanno raggiunto livelli siderali quando – molti anni fa, ormai – se n’è tornato a casa per regalare concerti e serate ancora scolpiti nella memoria di quel popolo della notte che, purtroppo, fa fatica a ritrovare le emozioni di un periodo d’oro per la musica e l’intrattenimento.
C’è stato il Tony Marino dei Colors, gruppo storico, del quale facevano parte oltre al già citato Tony Derosas, il mitico batterista Fabio Fiorentino, il bassista Franco Secchi Cosimino, il trombettista Gianni Villa. C’è stato il Tony Marino della Costa Smeralda, pezzo pregiato della band (che lui stesso componeva per l’occorrenza) che apriva i concerti da mille e una notte dell’hotel Cala di Volpe. C’è stato il Tony Marino che si esibiva a San Pantaleo, il borgo-bomboniera di Olbia. Chissà quanti altri Tony Marino ci sono stati, e noi non lo sappiamo.
Di lui si potrebbero rievocare mille aneddoti, uno dei quali riguarda una stucchevole disputa sul confronto, per me improponibile con Fausto Papetti che è stato solo più fortunato. Ma, per non dilungarmi troppo, mi limito solo alla serata del 31 ottobre del 2017, quando – al museo archeologico di Olbia – un commosso e commovente Tony Marino volle ringraziare la città che lo aveva risarcito di un terribile torto subìto mesi prima: il furto dei suoi due sax. Ricordo bene quella sera perché toccò a me presentare la serata, al cospetto di un pubblico numeroso quanto competente. Fu un successone per lui, e a chi stava sul palco non sono sfuggite le lacrimucce che gli inondavano il viso scavato e perennemente abbronzato.
Ciao Tony (anche se io preferivo chiamarti Tonino), quando ti sentirai un pochino triste, saprai come farti tornare il sorriso: pensa alla tua Olbia, imbraccia il sax, suona Malaika. E salutaci gli Angeli.
































