La Corte Suprema di Cassazione ha emesso il verdetto di condanna definitivo per i genitori e la zia del bambino segregato nella sua cameretta di una casa in un paese della Gallura: dovranno scontare 8 anni di carcere.
Per i tre, difesi da Marzio Altana (il padre), Alberto Sechi (la madre) e Angelo Merlini (la zia), sono stati prelevati dalle rispettive abitazioni scelte per il confinamento domiciliare. Confermata, quindi, la condanna d’appello per genitori e zia che dovranno scontare ancora circa 5 anni di detenzione. In primo grado i pm Luciano Tarditi e Laura Bassani avevano chiesto per i tre imputati una condanna a 15 anni: 12 per il sequestro e 3 per i maltrattamenti.
Pena ridotta dal Giudice che aveva sostanzialmente accolto le richieste dei difensori poiché i tre adulti avevano da subito riconosciuto le loro responsabilità in una vicenda terribile e difficile da comprendere e impossibile da accettare.
Come si ricorderà il bambino che all’epoca dei fatti aveva 11 anni, era abituato a finire sotto chiave ogni qualvolta i genitori si dovevano allontanare da casa. E per assicurarsi che non uscisse, la coppia, 47 anni lui e 43 lei, smontava la maniglia interna della porta dopo aver sigillato la finestra mentre per i bisogni gli lasciava un secchio.
Quella sera, la drammatica condizione in cui il ragazzino fu segregato emerse grazie a un colpo di fortuna. Dal cellulare senza sim, ma funzionante, che i genitori non gli avevano sequestrato, l’undicenne fece partire una chiamata di emergenza verso i Carabinieri.
Grazie a una buona dose di sensibilità, il militare di Olbia che rispose al telefono si rese conto che quel bambino si trovava in grande difficoltà. Lo fece parlare tranquillizzandolo e instaurando con lui fin da subito un rapporto paterno. Il Carabiniere al centralino si fece spiegare in tempo reale quanto stesse succedendo.
Un racconto agghiacciante oltre che lucido e ritenuto attendibile. Serviva tempo e lo tenne al telefono fino a quando una pattuglia del suo paese lo raggiunse. I militari giunti sul posto speravano si trattasse di fantasie adolescenziali. Non fu così. La casa era tutt’altro che un tugurio e la famiglia non viveva nell’ignoranza borderline. Una situazione definita “normale” che rese ancora meno comprensibile tutta la vicenda.
Il ragazzino era chiuso all’interno della sua cameretta. I militari trovarono la maniglia su un mobiletto dell’ingresso e all’interno, oltre a quanto descritto al telefono, il bambino consegnò loro un tubo di gomma da giardino con il quale raccontò di venire sistematicamente picchiato. Almeno ogni qualvolta tentava di opporsi ai sistemi di coercizione a cui era costretto da anni.
Fu liberato e affidato a una casa protetta. Il sindaco del paese, come vuole la legge, fu nominato tutore del piccolo. Ora la vicenda si è chiusa dal punto di vista legale con la speranza che l’11enne (sarà maggiorenne quando i genitori e la zia espieranno la pena), possa guardare al futuro con serenità.
































