È appena arrivato lassù, Marcellino. E sembra di vederlo, con la mania del dribbling, far sedere due-tre-quattro avversari, dopo la finta di corpo. Sembra di vederlo, quando in lontananza ha scorto la figura di Piccione, un altro genietto del calcio olbiese che l’ha preceduto di poco, con il quale ha duettato molte volte per la gioia di chi amava e ama il football allo stato puro.
Ciao Marcellino, ti chiamo così, come tutti ti chiamavano (quasi nessuno sa che il tuo nome era Salvatore, Salvatore Varrucciu). E quel nomignolo somigliava assai a un abito cucito addosso da un sarto di prim’ordine. Sei arrivato a calcare un campo da gioco, dopo averti fatto le ossa nei terreni periferici di una città che allora era un paesotto, con tanta voglia di crescere, di contare. Hai posato i tacchetti degli scarpini da gioco su un’erbetta che nobilitavi con le tue giocate sopraffine.
A chi storceva il naso per il tuo fisico gracile, mai opulento, e la statura non certo da pivot, tu hai sempre risposto con le finte di corpo, la ricerca di un’intesa con chi parlava la tua lingua (calcistica), il gol, dopo il dribbling, specialità della casa. La tua stella si è spenta oggi, a poco meno di settant’anni, ha brillato tra le fine degli anni “70 e la prima fase degli anni 80, e tanta gente – in quell’epoca felice – si è augurata di vederti all’opera, con il pallone tra i piedi, in campi ben più importanti del “Nespoli”, al di là del Tirreno.
Poi, smettesti di rincorrere il pallone per rivolgere la tua attenzione verso altri valori: gli amici, la famiglia. Hai dovuto fare i conti con l’età, con lo stato di salute, che scemava giorno dopo giorno. Un lungo black out ti ha tenuto lontano dai campi, poi un giorno sei tornato: il sottoscritto e molti altri si sono meravigliati non poco quando ti hanno notato accanto alla rete, in piedi, a vedere la partita, a specchiarti in quella maglia bianca che ti è rimasta incollata per tutta la vita.
Forse, di quei calciatori, non ne conoscevi neanche uno, ma tant’è: t’importava solo perché indossavano la casacca bianca, rappresentavano una città, meglio una comunità, che dal calcio aveva sì ricevuto molto, ma che al calcio aveva dato moltissimo.
Il rimpianto, oggi, al netto per il dolore che si prova per la scomparsa di Marcellino, diventa ancora più marcato se si osserva che Olbia, quando contava meno di ventimila abitanti, sfornava campioni o comunque calciatori di alto livello. E oggi, la stessa comunità conta quasi quattro volte tanto il numero dei residenti, e non c’è alcuna traccia di un talento Olbiese che si candidi a calcare campi di serie B o di serie A. Eppure oggi, non mancano le scuole calcio, c’è abbondanza di settori giovanili, e dunque è legittimo chiedersi il perché.
Vale la pena di ricordare quanto materiale umano abbia fornito Olbia, l’allora piccola Olbia, al panorama calcistico nazionale. Gustavo Giagnoni, Piero Giagnoni, Sergio Bagatti, Michele Moro, Renato Caocci, Franco Marongiu Pelè sono i primi nomi che vengono in mente. Che dire, sennò, di elementi come Giovannantonio Meloni (classe pura, scomparso giovanissimo), o di Silverio Balzano (classe pure anche lui), Antonello Degortes “La Luna”. Ciao Marcellino, salutaceli tutti, quelli che vedrai lassù. E non esagerare con i dribbling.
































