Il 3 dicembre del 1922 fu per Olbia, allora chiamata Terranova Pausania, un giorno di violenza, di sopraffazione e di negazione della libertà.
Era passato poco tempo dalla “Marcia su Roma” e dal giorno in cui Re Vittorio Emanuele III aveva affidato a Benito Mussolini l’incarico di Presidente del Consiglio dei Ministri e nel paese era ancora presente una forte opposizione al fascismo e a colui che sarebbe diventato il Duce.
Olbia, in particolare, era un paese fortemente socialista e i fascisti locali ricorsero all’aiuto dei fascisti della Penisola per imporsi sulla popolazione locale e per dare un segnale agli antifascisti isolani.
Con la totale astensione delle forze dell’ordine, gli antifascisti locali furono picchiati, prelevati dalle loro abitazioni e condotti in Piazza Regina Margherita dove furono costretti a bere l’olio di ricino.
Tra le vittime di queste violenze ci furono il medico Achille Bardanzellu, Giovanni Brigaglia e l’ex sindaco socialista di Olbia Antonio Sotgiu, che durante la purga rivolse ai fascisti che lo deridevano la frase “Le idee non si cacano mica”.
Alessandro Nanni, che diventerà poi sindaco di Olbia nell’immediato dopoguerra, riuscì a fuggire da Terranova poco prima dell’arrivo degli assalitori e questi continuarono negli anni a dedicargli una canzone di questo tenore: “Con la barba di Nanni farem gli spazzolini / per lucidar le scarpe a Benito Mussolini”.
L’episodio di Olbia è stato raccontato da Emilio Lussu, scrittore, militare e fondatore del Partito Sardo d’Azione, in un capitolo del suo libro “Marcia su Roma e dintorni”:
“Terranova è una piccola città, sulla costa nord-est della Sardegna: la più vicina a Civitavecchia. La popolazione era antifascista, ad eccezione di poche famiglie di commercianti. Questi si misero in contatto con i fascisti di Civitavecchia e assieme concertarono una spedizione armata. (…) Gli oppositori catturati vennero condotti alla piazza centrale della città. (…).
Qui convennero tutti: in prima fila i fascisti locali ed ebbe subito inizio, con tutte le regole del cerimoniale in uso, il battesimo patriottico. Nel battesimo, l’acqua benedetta era sostituita prevalentemente dall’olio di ricino. (…).
La cerimonia si iniziò al suono dei tamburi. Il comandante della spedizione fece un breve discorso. Poscia, puntando la pistola sulla tempia del primo prigioniero, pronunciò la frase sacramentale: <Bevi, nel nome della Patria!>. Ad uno ad uno, chi con riluttanza e chi con disinvoltura, bevettero tutti.
Fra i catturati, v’era uno dei maggiori esponenti dell’opposizione al fascismo, un avvocato socialista-democratico. Aveva sessant’anni ed era malaticcio. La preoccupazione per una famiglia numerosa lo avevano indotto, quella mattina, ad una sottomissione che non aveva avuto bagliori di eroismo.
(…) Finiti i battesimi, il comandante fece collocare una grande tavola al centro della piazza. Poscia, invitò l’avvocato a montare sul tavolo e fare un discorso inneggiante a Mussolini. (…)
L’avvocato fece appello a tutta la dignità che gli era rimasta dopo la bevuta dell’olio di ricino e, pacatamente, rispose che non avrebbe parlato. (…) Il comandante ordinò al suo aiutante di somministrargli due moderati colpi di manganello. Mentre si svolgevano queste operazioni preliminari arrivarono due figlie dell’avvocato: una ancora bambina e l’altra di quindici anni (…) Riuscite a passare tra i ranghi fascisti arrivarono fino a lui e, singhiozzanti, si gettarono tra le sue braccia. L’incontro non commosse il comandante (…) Fece allontanare le due ragazze e invito nuovamente l’avvocato a parlare.
Nuovo rifiuto e nuovo intervento dell’aiutante di campo. Neppure stavolta il vecchio pronunciò un solo lamento. Le figlie, tra la folla, gridavano: <Non uccidete il babbo, non uccidete il babbo!>. (…) L’avvocato inneggiò. Tutti ridevano. È a questo punto che avvenne l’imprevisto. Pallido, barcollante, l’avvocato sembro ripiegare su sé stesso e, con un fil di voce, gridò al comandante: <Briganti!> e precipitò dal tavolo, come un corpo morto. (…)
Il cappellano constatò che si trattava di un semplice svenimento. (…) I prigionieri furono liberati. I reparti fascisti si riordinarono e la colonna s’incamminò all’imbarcadero, in testa i gagliardetti, in coda le barelle. E il canto della vittoria si levò ai cieli: <Giovinezza, giovinezza / Primavera di bellezza … per la nostra libertà>. La popolazione rimase asserragliata nelle case, fino alla loro partenza. Solo allora, i Carabinieri e le guardie regime uscirono dalle caserme e vigilarono per l’ordine pubblico.”































