Olbia 15 gennaio 2026 – La condanna canonica in primo grado emessa dal Tribunale ecclesiastico di Cagliari nei confronti di don Manca apre ora la fase dell’appello alla Santa Sede. In un comunicato stampa, l’avvocato Roberto Perghem, difensore del sacerdote, scrive: “Non posso che esternare il mio profondo sconcerto per il dispositivo penale canonico emesso dal Tribunale di Cagliari che condanna, in primo grado, il mio assistito alla riduzione allo stato laicale”.
Il legale collega la decisione a presunti abusi che sarebbero stati commessi “ai danni di Marco Contini (noto padre Paolo, in foto)” e riferisce che si tratterebbe di fatti di “ben oltre trent’anni fa”. Nella stessa nota aggiunge: “Scconcerto anche alla luce della mia pluriennale esperienza di processi penali della Chiesa in base alla quale una pena cosi grave – la massima nell’ordinamento canonico – non appare in alcuna maniera né fondata né giustificata in questo specifico caso, né tantomeno proporzionata”.
Sul passo successivo dopo il deposito delle motivazioni, Perghem precisa: “Non appena giungeranno le motivazioni della decisione si provvederà a presentare appello presso la Santa Sede, con la speranza che venga amministrata vera Giustizia attraverso l’applicazione delle norme di diritto che sono scolpite nel Codice canonico e nel diritto naturale”.
Nel comunicato, la difesa contesta l’impianto del procedimento e scrive che il processo “si è concluso, a mio sommesso giudizio, né secondo logica né secondo diritto”. Il legale aggiunge: “Infatti manca qualsivoglia prova di abusi perpetrati da don Manca verso don Contini negli anni ‘80”. E mette in evidenza il passaggio più netto: “Con sicurezza evidenzio che nel presente caso non vi sono mai stati atti sessuali e lo ha ammesso più volte lo stesso don Contini”.
Secondo l’avvocato, la pena applicata sarebbe “il massimo della pena” e viene richiamata la comparazione con altri casi: “E nonostante ciò don Manca viene condannato al massimo della pena che a norma del diritto viene comminata solo in casi di gravissimi e reiterati atti di abuso sessuale compiuto da sacerdoti su minori ed in vari decenni”.
Perghem rivendica il percorso del sacerdote: “Per oltre cinquant’anni don Manca ha esercitato in maniera corretta il suo munus sacerdotale tanto che nessuno – ribadisco nessuno – lo ha potuto mettere in discussione”. E spiega la scelta di non entrare pubblicamente nei dettagli: “Il fatto che non si forniscano pubblicamente, né si sono mai forniti (a differenza dell’accusatore), particolari da parte della difesa non è per mancanza di sostegno alla tesi, ma per rispetto, anche ora, del processo stesso e di chi lo svolge”.
Il legale colloca la sentenza in un contesto più ampio e scrive che “parrebbe, frutto di una situazione quasi da ‘caccia alle streghe’”, citando pressioni mediatiche e altri elementi che, secondo la difesa, avrebbero inciso sul clima generale. Indica poi la possibilità di ulteriori iniziative: “Si valuterà anche di adire, in futuro, le Autorità giudiziarie italiane ed europee”.
In chiusura Perghem ribadisce l’auspicio di un esito favorevole nei prossimi passaggi: “Mantengo viva la speranza che il Reverendo Manca possa, in futuro, ricevere giustizia, a conclusione di un processo assolto con carità ed applicando la legge in vigore, scevro da condizionamenti di qualunque natura”.
































