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A margine: quando la droga non è un’attenuante nei processi per omicidio

Cocaina, LSD, allucinogeni, non sono una scusa per commettere reati

Mauro Orrù di Mauro Orrù
8 Gennaio 2026 ore 22:22
in Editoriali, In evidenza
Tempo di lettura 5 min.
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La cronaca giudiziaria recente in Sardegna ha evidenziato casi drammatici in cui l’abuso di droghe, spesso combinato con l’alcol, ha portato a violenze estreme senza tradursi in sconti di pena per gli imputati. I tribunali ribadiscono che chi sceglie volontariamente di alterare la propria mente con sostanze rimane responsabile delle proprie azioni. Non esiste uno sconto automatico solo perché l’omicida era sotto effetto di stupefacenti.

Nel caso Fresi, la Corte d’Assise di Sassari ha fissato un punto fermo: l’assunzione volontaria di droga non cancella la responsabilità penale. È una linea che torna nella lettura complessiva della cronaca isolana, dove in più vicende l’alterazione psicofisica viene descritta come contesto, non come giustificazione.

Il caso Fresi: droghe, follia omicida e responsabilità penale piena

La vicenda di Michele Fresi è emblematica. Nella notte tra il 27 e il 28 dicembre 2023 ad Arzachena, il 28enne ha vissuto una notte di violenza: dopo aver assunto un miscuglio di sostanze, tra cui LSD, cocaina e marijuana oltre ad alcol, ha dato in escandescenze. In quello stato, prima ha aggredito e ferito gravemente un’amica poi è sceso in strada brandendo una mazza di legno e seminando il panico.

Il padre, Giovanni Fresi, un orafo di 58 anni accorso per calmarlo, è stato colpito più volte alla testa con quella mazza ed è morto per le ferite. Nemmeno l’arrivo dei Carabinieri ha fermato il giovane, che ha aggredito anche due militari causando loro lesioni. Solo più tardi le forze dell’ordine sono riuscite a bloccarlo e arrestarlo.

Durante il processo, Michele Fresi ha sostenuto di non ricordare nulla di quanto accaduto in quei momenti. Davanti alla Corte d’Assise di Sassari ha dichiarato: “Avevo preso 10 francobolli di LSD e stavo male, poi per stare meglio ho preso cocaina. Da quel momento, il buio totale”. Il giovane ha parlato di allucinazioni e di una percezione completamente alterata, sostenendo di aver colpito il padre scambiandolo per un pericolo.

Eppure, la droga non è stata considerata un’attenuante. Nelle motivazioni della sentenza, i giudici hanno ritenuto Fresi capace di intendere e di volere al momento dei fatti ed hanno escluso un vizio di mente tale da ridurre la sua responsabilità. Il punto centrale è la volontarietà: lo stato di alterazione non è stato imposto dall’esterno ma ricercato. Di conseguenza, la condanna all’ergastolo ha ribadito che chi si auto-induce in condizioni di grave compromissione non evita la piena responsabilità.

Dentro questa vicenda c’è un elemento che torna spesso: nella fase acuta dell’alterazione scompaiono i freni e l’altro diventa un ostacolo, un nemico, una minaccia immaginata. La famiglia, gli affetti e perfino l’idea di limite svaniscono. In quel momento si agisce senza misura e, quando tutto finisce, resta un cumulo di vite devastate.

Il femminicidio di Cinzia Pinna: alcol, cocaina e percezione distorta della realtà

Un’altra vicenda tragica è il femminicidio di Cinzia Pinna, 33 anni, scomparsa a Palau e trovata morta giorni dopo. Per l’omicidio è stato arrestato e ha confessato Emanuele Ragnedda, 41 anni, imprenditore vinicolo di Arzachena. Le ricostruzioni investigative collocano la serata in un contesto di abuso di alcol e sostanze.

Nella notte in cui la donna sparisce, i due si incontrano in un locale e poi raggiungono la tenuta dell’uomo. Le indagini hanno descritto un clima di alterazione e di confusione, con una discussione degenerata in un’escalation di violenza. La donna sarebbe stata picchiata e poi uccisa con colpi di pistola. Dopo il delitto, l’uomo avrebbe tentato di gestire la situazione in modo incoerente, fornendo inizialmente versioni confuse prima di arrivare alla confessione.

In questo quadro l’assunzione di droga e alcol assume un ruolo preciso: altera la percezione, amplifica l’impulso, rende sproporzionata la reazione. La mente costruisce una realtà parallela, dove ogni gesto diventa minaccia e ogni parola provocazione. È l’anticamera della violenza senza ritorno.

Altri casi di violenza in Sardegna legati all’abuso di sostanze

Negli ultimi anni, in Sardegna, più episodi hanno mostrato dinamiche simili: contesti di consumo di droga, conflitti improvvisi, aggressioni che diventano omicidi o tentati omicidi.

Un caso che ha segnato la cronaca è quello di Zeneb Badir, uccisa a Baja Sardinia dopo un pestaggio durato ore. La vicenda è stata ricondotta a un contesto di uso di cocaina, con una violenza prolungata e feroce, fatta di colpi ripetuti e accanimento, fino all’esito fatale.

A Cagliari, l’omicidio di Fabio Piga, ex carabiniere che lavorava come addetto alla sicurezza in un locale, nasce da un episodio legato ai sospetti di consumo di droga in bagno. Un diverbio si trasforma in aggressione e l’uomo viene colpito mortalmente. È uno schema ricorrente: la miccia dell’alterazione riduce la soglia di autocontrollo e rende possibile l’irreparabile.

E poi ci sono le risse, gli accoltellamenti, le aggressioni in strada o tra conoscenti. In molti fascicoli di cronaca, la sostanza compare in modo costante: non come spiegazione unica ma come fattore che agisce su un terreno fragile, moltiplicando il rischio. La droga cambia la chimica della decisione, accelera l’impulso e spegne il dubbio che dovrebbe fermare la mano prima del colpo.

La mente sotto effetto di droga: riflessioni finali

Questi casi raccontano un meccanismo ripetuto. La droga, soprattutto in grandi quantità e se combinata con l’alcol, può rompere gli equilibri: distorce la percezione della realtà, altera la percezione di sé e riduce drasticamente la capacità di valutare conseguenze e limiti. In quello stato, chi assume sostanze spesso non sa di non poter controllare le proprie reazioni. Crede di governarsi ma è già fuori asse. E quando il controllo salta, resta solo la forza dell’impulso.

Nella violenza legata alla droga si vede spesso una cancellazione della misura: la sproporzione dei gesti, l’accanimento, la facilità con cui si oltrepassa il confine tra aggressione e omicidio. In quella fase può emergere un disprezzo per la vita che non appartiene alla quotidianità di chi, sobrio, ragiona e riconosce l’altro come persona.

La giustizia, però, mantiene un principio netto: l’alterazione ricercata non diventa una scorciatoia per ridurre la responsabilità. Nel caso Fresi, questa impostazione è stata affermata in modo esplicito. Nel caso Ragnedda, la valutazione spetterà al giudice nel corso del procedimento, ma il quadro di riferimento resta quello: la scelta di assumere sostanze non può trasformarsi in uno scudo.

La linea dei giudici sardi, nel caso Fresi, che ha escluso sconti legati al consumo volontario di sostanze, riflette questa esigenza di giustizia e di tutela della collettività. In generale, la cronaca mostra che l’assunzione di droga non riduce la gravità di ciò che accade: può spiegare il contesto dell’alterazione ma non cancella la responsabilità né restituisce la vita a chi l’ha persa.

 

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