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Olbia, la città “30”…mila buche eterne

Lettera di Franco Concu, cittadino olbiese

Lettera inviata a Olbianova di Lettera inviata a Olbianova
23 Febbraio 2026 ore 15:03
in Cronaca, In evidenza
Tempo di lettura 3 min.
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C’è un modo tutto particolare di guidare a Olbia. Non è questione di cilindrata o di cavalli. È una disciplina mentale. Una via di mezzo tra lo slalom gigante e la meditazione zen. Testa alta, sguardo lungo, piede leggero. Perché qui l’asfalto non si percorre: si interpreta.

Le strade sono un mosaico irregolare di rattoppi, avvallamenti, crepe che raccontano una storia antica. Una storia che molti fanno risalire ai lavori per il passaggio del gas: scavi, chiusure, riaperture. Poi il tempo. E il traffico. E la pioggia. E quel senso diffuso di “si sistemerà”. Non si è sistemato. Si è stratificato.

Ci sono vie dove l’asfalto sembra cucito a mano, con dislivelli che fanno sobbalzare le sospensioni e mettono alla prova la pazienza. Altre dove il fosso è diventato una presenza stabile, quasi un elemento d’arredo urbano. E poi ci sono i tombini: quei cerchi di ghisa progettati per gestire le utenze della città e che dovrebbero garantire drenaggio e sicurezza e che, invece, troppo spesso sprofondano rispetto al livello della carreggiata, creando trappole metalliche improvvise per gli utenti della strada.

A rendere il quadro ancora più surreale è una prassi lamentata da molti: strade appena riasfaltate vengono riaperte a breve per lavori di altra natura, ad esempio scavi per reti di servizio, allacciamenti o interventi infrastrutturali. Nel regolamento del Comune risulta presente il Regolamento per le manomissioni delle pavimentazioni dei piani viabili, che disciplina l’autorizzazione delle occupazioni e ripristini del suolo pubblico dopo scavi. Questo strumento teorico esiste e definisce modalità e obblighi per chi deve intervenire su strade e marciapiedi, ma la percezione diffusa è che nella pratica non ci sia un coordinamento efficace tra i lavori di manutenzione stradale e le interferenze successive, con conseguenti nuovi scavi che rovinano il manto appena posato.

In questo scenario si inserisce la grande scelta: 30 chilometri all’ora ovunque. Una città intera trasformata in Zona 30. Sulla carta è un manifesto di civiltà. Sicurezza, pedoni, mobilità dolce. Un’idea che in molte città europee funziona perché nasce dentro un progetto organico: ridisegno degli spazi, piste ciclabili, manutenzione costante.

Qui, invece, la sensazione – diffusa, sussurrata, mai ufficiale – è che il limite abbia finito per precedere la cura. Prima si rallenta, poi si vedrà. E qualcuno, con malizia tutta gallurese, si chiede se quei 30 all’ora non siano anche un paracadute giuridico: meno velocità, meno responsabilità. È una percezione, certo. Ma le percezioni, in politica, pesano.

Il paradosso è che andare a 30 all’ora, in certe strade, non è una scelta: è una necessità fisica. Non per rispetto del cartello, ma per rispetto degli ammortizzatori.

E poi ci sono i passaggi pedonali rialzati. Strumento legittimo, previsto dalla normativa, pensato per proteggere chi attraversa. Ma quando li inserisci in una strada stretta, già segnata da buche, tombini ceduti e avvallamenti, il risultato rischia di essere un percorso a ostacoli permanente. Alcuni rialzi appaiono così pronunciati da sembrare dossi alpini trapiantati in Gallura. La sicurezza è un equilibrio sottile: se diventa eccesso, si trasforma in disagio.

Intanto la città vive, si anima, investe. Negli ultimi anni l’amministrazione comunale ha destinato risorse significative a eventi, concerti e manifestazioni che animano le stagioni turistiche e culturali. Scelte comprensibili: l’estate porta turismo, visibilità, indotto economico. La cultura è ossigeno. Ma l’ossigeno non può mancare nei polmoni mentre si trucca il volto. Le strade sono infrastrutture primarie, non dettagli secondari. La civiltà si misura dal fondo su cui cammini, prima ancora che dal palco che monti.

Non risultano, allo stato attuale, piani straordinari annunciati per un rifacimento strutturale delle arterie più compromesse o un cronoprogramma di manutenzione integrato con i lavori di altri enti.

Ci sono interventi, sì: rattoppi e aggiornamenti puntuali, come previsto dall’Ufficio Manutenzione Strade del Comune. Ma manca la sensazione di un disegno complessivo, di una regia capace di evitare continue riaperture di strade appena rinnovate.

Olbia è porta del Nord Sardegna, vetrina turistica, città che ambisce a crescere. Eppure ogni giorno, tra un evento e un cartello dei 30, tra un tombino che affonda e un dosso che si alza, il cittadino continua a fare slalom tra buche che hanno più anni di molte amministrazioni.

Rallentare può essere una scelta moderna. Ma prima o poi bisognerà fermarsi davvero. Guardare l’asfalto. E rifarlo. Perché una città non è solo ciò che celebra. È ciò che sostiene. E le sue strade, oggi, chiedono molto più di un limite di velocità.

Franco Concu

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