Cicerone la usava come bussola nei processi. Non una prova, ma un criterio. “Cui prodest?” non serviva a emettere sentenze, ma a orientare il ragionamento, a smascherare il movente, a togliere la patina di casualità ai fatti. Capire a chi giova un’azione era il primo passo per capire perché quell’azione fosse stata compiuta.
Applicare oggi quella domanda al pasticcio delle nomine commissariali bocciate dalla Consulta non è esercizio accademico. È un passaggio quasi obbligato. Perché il punto non è più solo la legittimità giuridica delle scelte, ma il loro effetto concreto. E soprattutto il vantaggio che ne deriva.
Di certo non ne trae beneficio la gente. I cittadini continuano ad assistere a una gestione sanitaria incerta, sospesa, attraversata da nomine ad interim e da figure che sembrano più funzionali agli equilibri politici che alla stabilità del sistema. La conferma arriva dal rumore assordante del silenzio: quello del PD del vicepresidente Giuseppe Meloni, mentre la presidente Alessandra Todde procede con nomine temporanee, come la sua, che sanno di rattoppo più che di soluzione.
Ora si rischia di entrare in un nuovo tunnel burocratico. Un percorso fatto di ricorsi, contro-ricorsi, pareri legali e tempi dilatati. Un pasticcio, appunto. E come spesso accade, più il quadro si complica più il conto finale si allontana dalla responsabilità politica per avvicinarsi a quella economica.
Il caso emblematico è quello del direttore generale Flavio Sensi, ASL di Sassari, l’unico ad aver impugnato il provvedimento, ritenendo illegittima la propria rimozione. Il punto è chiaro: un commissario o un direttore generale può ricorrere al TAR per chiedere il reintegro, e non solo per sé, ma anche contestando l’intero impianto delle nomine. Oggi forse i termini sono scaduti, ma il tema resta aperto: davvero, se reintegrati, i direttori generali rientrerebbero nei ranghi?
Anche se accadesse, la loro sarebbe una stagione brevissima. Un solo anno di mandato, con scadenza al 31 dicembre 2026. Una parentesi che difficilmente giustificherebbe il rientro operativo in strutture già segnate da criticità profonde.
Qui torna prepotente la domanda di Cicerone. Cui prodest? Perché, a essere onesti, la scelta razionale per chi si è visto rimuovere non è tornare al lavoro, ma restare fermo. Farsi riconoscere stipendi non percepiti, quote retributive, danni di immagine, magari anche quelli legati a periodi depressivi con costi difficilmente quantificabili. E, perché no, aggiungerci pure gli interessi bancari mancati.
La decisione, così posta, è poco amletica. Da una parte il rientro nelle ASL, con tutte le complicanze patologiche di un sistema sotto stress. Dall’altra la possibilità di attingere a un pozzo che non è quello di San Patrizio, ma che alla sanità regionale assomiglia molto per profondità e capacità di assorbire risorse.
Quale persona dotata di un livello intellettuale medio avrebbe dubbi? È qui che il criterio di Cicerone smette di essere retorica e diventa cronaca. Perché se il vantaggio non è dei cittadini, e non è del sistema sanitario, allora la risposta alla domanda resta sospesa. E il sospetto, inevitabilmente, si restringe a pochi eletti: gli ex DG.
































