Per anni il silenzio è stato spacciato per prudenza. In realtà era comodità. Sul doppio incarico e sul doppio stipendio la politica ha scelto la strategia dello struzzo, con una differenza: la testa sotto la sabbia, ma le mani ben salde sul portafoglio pubblico. La norma c’era, scritta e riscritta. Applicarla avrebbe significato rinunciare a qualcosa. E rinunciare, si sa, non è mai stato uno sport molto praticato nei palazzi.
La miccia si accende a Capoterra e ha un nome preciso: Franco Magi. Ex presidente del consiglio di amministrazione di Sardegna IT e consigliere comunale, destinatario di una richiesta di restituzione di oltre 200 mila euro. Il motivo è lineare: l’articolo 5 comma 5 del decreto legge 78 del 2010 stabilisce che i titolari di cariche elettive non possono percepire compensi per incarichi conferiti dalla pubblica amministrazione. Solo rimborsi spese e gettoni simbolici. Niente stipendi, niente cumuli. Una regola semplice, quasi banale. Proprio per questo ignorata con notevole costanza.
Magi non accetta di essere l’unico a pagare il conto e chiede che la norma venga applicata a tutti. Non un atto rivoluzionario, ma un esercizio di aritmetica e memoria. Da qui il corto circuito. Perché quando si apre il cassetto, dentro non c’è un caso isolato, ma una collezione.
Nell’elenco emergono amministratori di mezza Sardegna. A Olbia consiglieri comunali che siedono nei consigli e, contemporaneamente, ricoprono incarichi in ASL, consorzi, enti di ricerca, società regionali. A Cagliari la situazione non cambia: consiglieri comunali trasformati in segretari particolari, consulenti, dirigenti, revisori. A Sassari, Nuoro, Carbonia, Iglesias, Arzachena, Oristano e in molti altri comuni la fotografia è la stessa. Consigli comunali formalmente operativi e incarichi retribuiti che scorrono in parallelo, come binari che non dovrebbero incontrarsi ma lo fanno con sorprendente naturalezza.
Il dato interessante non è solo la quantità, ma la normalità. Tutto avveniva alla luce del sole. Delibere, nomine, incarichi. Nessuno nascosto dietro una siepe. E allora viene da chiedersi: davvero nessuno lo sapeva? Davvero nessuno aveva mai letto quella norma? O più semplicemente era più comodo far finta di niente, mentre gli stipendi arrivavano puntuali e il denaro pubblico faceva qualche salto acrobatico prima di sparire dai radar?
Perché di questo si parla: di soldi nostri, non dovuti. Di risorse pubbliche spese senza che la legge lo consentisse. A quanto ammonti il danno complessivo non è dato sapere. Per capirlo bisognerebbe mettere in fila anni di incarichi, mesi di stipendi, gettoni, compensi. Una contabilità certosina che nessuno ha mai avuto fretta di fare. Meglio non disturbare il conducente, soprattutto quando il conducente è anche passeggero.
Intanto la politica ingrassava. Piano, senza scosse. Come le oche allevate per il patè: alimentate con cura, senza rumore, fino al momento in cui qualcuno apre la porta del recinto. E quando la porta si apre, lo stupore è generale. Ma come, non lo sapeva nessuno?
Il problema non è morale, è istituzionale. L’articolo 5 comma 5 del decreto legge 78 del 2010 serve a evitare conflitti di interesse e a impedire che la rappresentanza diventi rendita. Non è un’opinione, è una regola. Ignorarla per anni ha prodotto una cosa sola: disamore. Perché i cittadini possono anche non conoscere i dettagli delle leggi, ma riconoscono benissimo quando il conto lo pagano sempre loro.
Ora la bomba è esplosa. Non per cattiveria, ma per aritmetica. E fa rumore perché per troppo tempo si è fatto finta di non sentirla ticchettare.
































