Nord Est? Gallura? Olbia-Tempio? Tempio-Olbia? Mah, fate un po’ voi: dar sfogo alla fantasia non è un peccato mortale (casomai veniale) nel giorno in cui si abusa dell’aggettivo “storico” per celebrare la conclusione di un lungo sogno (!) (ri)chiamato Provincia. Oggi è primo aprile e solo qualche zuzzurellone in stato di grazia potrebbe immaginare che il trionfalismo per il traguardo raggiunto somigli a uno scherzo.
NIENTE DEMAGOGIA. No, la notizia c’è, per carità. Ed è giusto che i politici del territorio – questa volta uniti in una sorta di partito trasversale, da destra a sinistra – mettano in luce non solo il loro merito per aver fatto fronte comune, ma l’esigenza di riempire di contenuti una scatola che nel passato ne è stata quasi priva. Oggi, è giusto che si intesta il merito del risultato (gli assessori galluresi, i consiglieri regionali Giuseppe Meloni, Giovanni Satta, Angelo Cocciu, Giovanni Antonio Satta, Dario Giagoni) lo ricordi.
Ma attenzione: non è più tempo per uno sciovinismo di maniera, così come non c’è spazio neanche per coprire con neanche un briciolo di demagogia quando si inneggia ai vantaggi che può generare la (ri)partenza di questo ente intermedio, per la cui rinascita il consiglio regionale disse no nel 2016, alla fine della legislatura.
SCUOLE, STRADE, AMBIENTE. Alla provincia fanno capo competenze importanti per la vita e la crescita civile delle popolazioni. Le scuole, intanto. Le strade, poi. Il decoro del territorio è un’altra peculiarità. Ma la funzione principale, troppo spesso dichiarata cui non ha fatto seguito una concreta applicazione, è quella di svolgere per davvero il ruolo di raccordo tra un ente elefantiaco e generatore di burocrazia e inefficienza come la Regione, e il Comune. O i Comuni, per meglio dire.
Le genti di Gallura hanno cominciato a lottare per l’affrancamento dalla provincia di Sassari da almeno trent’anni. Bene ha fatto uno dei consiglieri regionali del territorio, Giuseppe Meloni, a postare su Facebook una pagina della Nuova Sardegna del 12 settembre 1993 (!) nella quale si raccontava di una riunione della Costituente della Provincia del Nord Est.
Guardacaso, il nome con il quale molto probabilmente verrà battezzata la neonata Provincia gallurese. Da quel giorno, di acqua sotto i ponti ne è passata tanta, fino ad arrivare al 2001 quando la Regione varò una legge che raddoppiò il numero delle Province sarde. Si trattò di un compromesso, è bene precisarlo. La Gallura e il Sulcis avevano le carte in regola per rivendicare l’autonomia territoriale, per gli altri territori (Medio Campidano e Ogliastra) si trattò di un regalo inatteso, frutto di un’azione politica non proprio razionale, giustificata solo da ragioni elettoralistiche.
IL DOPPIO CAPOLUOGO. Ebbene, dopo le elezioni del 2005, l’invenzione del doppio capoluogo (Olbia-Tempio fu un compromesso che fece discutere) e l’elezione dei primi consigli provinciali del terzo millennio, si arrivò alla loro cancellazione, in seguito a un referendum poco partecipato e voluto dai Riformatori. Cioè dal partito che anche oggi si è schierato contro le nuove Province, e che però – giusto per restare… coerenti – occupa il posto (generosamente retribuito) di commissario della Provincia di Sassari, pronta a trasformarsi in Città metropolitana (ha lottato molto Antonello Peru), esattamente com’è accaduto per il capoluogo regionale.
I COMMISSARI. Da oggi, primo aprile, si ricomincia daccapo, anche se i tempi del decollo non saranno né semplici né brevi. Intanto, c’è da aspettare la nomina dei commissari, quindi la data delle elezioni. In questi mesi, il lavoro – si spera ancora una volta unitario – dovrà essere concentrato sul reperimento delle risorse per rendere operative le tante competenze. La riforma ora costa poco meno di uN milione di euro, nulla in confronto alla massa di denaro che deve inondare l’ente del Nord Est
































