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Luglio 1956: dal viaggio in nave all’approdo ad Olbia tra descrizioni ed emozioni

Redazione di Redazione
13 Marzo 2015 ore 08:12
in Notizie
Tempo di lettura 3 min.
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La stagione crocieristica è già iniziata e quest’anno saranno più di 220 mila i turisti che sbarcheranno all’Isola Bianca di Olbia. Per ritrovare descrizioni, suggestioni ed atmosfere ormai lontane, ma legate allo stesso approdo, vi proponiamo lo stralcio di un articolo emozionante, firmato dal giornalista-scrittore Gigi Ghirotti, pubblicato il 6 luglio 1956 sulla Stampa di Torino:

“Con un’allegra marcetta diffusa dagli altoparlanti, la Sardegna dà il benvenuto all’ospite: nel porto di Olbia, il bastimento che viene da Civitavecchia cala l’ancora puntualmente alle 6 del mattino. Subito le passerelle vengono gettate sulla banchina, e dalla nave discende un incredibile carico di umanità: funzionari in trasferta, militari in licenza, sposini di ritorno dal viaggio di nozze, operai, commercianti, monache e turisti. Persino, emergente da un anfratto buio della nave, un mesto drappello di detenuti in catene. Non è un viaggio di crociera turistica. Approdare in Sardegna, da che mondo è mondo, significa traversare il mare e far vela verso una sponda lontana, vagamente misteriosa, malgrado il progresso del tempi, malgrado le migliorie di questi ultimi anni. Dalla nave, che presta servizio quotidiano tra Civitavecchia e Olbia, nessuno mai vien lasciato a terra all’imbarco.

Ma poi, a bordo, è difficile conquistare un posto nelle cuccette. Molti si allungano sulle poltrone, altri vanno ciondolando su e giù per il ponte; sembra un piroscafo di emigranti, con gente raggomitolata sotto ponte, la testa sulla valigetta; e militari che ballano in coperta con le ragazze, al suono di una chitarra e di una fisarmonica. Disagi, certo: ma neppure paragonabili ad una nottata di viaggio nelle ormai storiche terze classi dei treni del Continente diretti nel Meridione. A notte fonda, gli occhi non reggono più al sonno. La nave viaggia silenziosa in mezzo al mare. Finché, poi, il primo raggio di sole accende all’orizzonte aspri bagliori metallici: la Sardegna staglia il suo profilo sassoso e aguzzo tra i vapori del primo mattino. Via via che la nave si avvicina alla sponda, gli sguardi frugano invano per cogliere dall’isola un segno qualsiasi di vita: un filo di fumo, il bianco d’una casa. Le scogliere appaiono silenziose, taciturni e glabri i monti sulle sponde, deserte le vallette sassose e gli aridi prati.

Olbia compare improvvisa, ed è come se un sortilegio oscuro dileguasse: dunque, qualcuno vive su questa sponda, via vai di scaricatori, commosso sventolio di fazzoletti, grida di marinai per la banchina e il ponte della nave. Rivive il miracolo quotidiano dell’arrivo per mare: a Olbia l’incontro con la terra abitata è forse più intenso e festoso che in qualsiasi altro porto, proprio perché la Sardegna si apre così, a sorpresa, dietro il mistero di bastioni pietrosi e inaccessibili. Soltanto da pochi anni le passerelle di Olbia sbarcano turisti. Prima della guerra, nell’isola imperversava la malaria: essere trasferito in Sardegna, per l’impiegato statale, appariva doloroso castigo, divino e burocratico insieme. Dalla Sardegna si emigrava. Dentro la Sardegna soltanto radi viaggiatori si avventuravano: intraprendenti e curiosi come Lawrence e D’Annunzio, o cacciatori imperterriti di mufloni e di cinghiali.

Il mare e l’anofele avevano disteso intorno alla Sardegna una salvaguardia drammatica: chi forzava l’assedio scopriva tavolozze inattese di colore locale, uomini alteri e cortesi donne di antica fierezza, tradizioni e linguaggio incorrotti. Da dieci anni, la zanzara della malaria è scomparsa, da quando gli americani l’hanno snidata battendo la Sardegna casa per casa, stagno per stagno, col D.D.T. Ora, l’isola, liberata dall’incubo secolare, si dischiude con gioia. Qualcosa cambia anche nel costume del sardi, che è apparso fino a ieri incrollabilmente fedele a certe tradizioni. Le spiagge si popolano di bagnanti: stranieri, continentali ed anche sardi, così poco amici, in passato, del mare. Gli isolani imparano rapidamente l’arte di villeggiare: scoprono pezzetti di spiaggia tra le rocce e subito vi alzano capanni e ombrelloni…” (Altre foto d’epoca in fondo all’articolo)

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