Dove un tempo c’erano i moli ordinati e presenziati della Marina della Sacra Famiglia oggi si apre un paesaggio che somiglia più a una cartolina stropicciata che a un progetto urbano. Un cantiere fermo, immobile come una fotografia lasciata troppo a lungo al sole, ha trasformato l’area in un accumulo di cemento stanco, rifiuti e strutture incompiute che parlano da sole.
Il parco giochi promesso è visibile solo nella forma di ciò che non è. Transenne alte, in parte demolite e in parte spalancate, delimitano un perimetro teoricamente vietato ma praticamente attraversabile. L’erba cresce senza chiedere permesso, i rifiuti trovano casa tra le opere iniziate e mai finite, mentre gli edifici in cemento, esposti all’usura e all’abbandono, diventano calamite per atti vandalici.
C’è poi il capitolo dei giochi. Installati da tempo, mai inaugurati, già vecchi. Alcuni resistono avvolti nello scotch come feriti di guerra, altri non hanno nemmeno fatto in tempo a entrare in funzione che sono già da sostituire. Un paradosso che pesa, perché qui si parla di risorse pubbliche e di un tempo che scorre solo per deteriorare.
In mezzo al cantiere si infila la pista ciclopedonale, un tratto isolato che sembra un binario morto perso nella ghiaia. Un giorno dovrebbe collegarsi all’aeroporto, promettendo una gioia ciclabile ai turisti in arrivo allo scalo Principe Aga Khan, pronti idealmente a pedalare per chilometri tra piste a macchia di leopardo. Quel giorno, però, resta senza data.
Le ciclabili sono tutte ferme, compresa quella del Cipnes, attesa per fine anno ma ancora bloccata. A Cala Saccaia il contenzioso con Tim ha lasciato un fossato che interrompe la continuità della rotatoria vicino a Technomat, rendendo plastica l’immagine di un’opera che si arresta davanti a un ostacolo burocratico.
Cemento ovunque, anche a pochi metri dal mare. Edicole in calcestruzzo vivo e vetrate antisfondamento che resistono dove il privato sarebbe già stato chiamato a demolire pagandosi le ruspe. Un’asimmetria che salta agli occhi e che rende l’area del parco di Mogadiscio un angolo infelice della città, separato dal mare interno e tenuto in vita solo dai riflessi abbaglianti del lungomare e di Piazza Crispi.
Non ci sono cartelli che raccontino tempi o ripartenze, almeno sul lato di via Astro Mari. Quando i lavori riprenderanno non è dato sapere, quando finiranno ancora meno. Nel frattempo tutto invecchia. I giochi nastrati verranno rimpiazzati, l’aria di mare corrode materiali e intenzioni, mentre l’impressione è che, inseguendo grandi opere, si continuino a perdere le piccole cose come la marineria locale che dava tanto fastidio.
































